Per molti anni, la senescenza cellulare è stata descritta in
modo relativamente semplice: una cellula sottoposta a stress smette stabilmente
di proliferare, cambia morfologia, attiva vie di risposta al danno e spesso
produce molecole infiammatorie e rimodellanti note nel loro insieme come SASP,
dall’inglese “senescence-associated secretory phenotype” (in italiano: fenotipo
secretorio associato alla senescenza). Questa descrizione resta utile, ma oggi
appare insufficiente e non più aderente all’evoluzione che sta mostrando questo
settore di ricerca.
Il punto centrale è che non esiste una sola senescenza
cellulare. Esistono invece stati senescenti diversi, che dipendono dal tipo
cellulare, dal tessuto, dallo stimolo che li ha indotti, dall’età
dell’organismo, dalla presenza di malattia e dal microambiente in cui le
cellule si trovano. Una cellula senescente nella cute, nel fegato, nel sistema
immunitario o nel cervello può condividere alcuni tratti generali con altre
cellule senescenti, ma non necessariamente gli stessi marker, la stessa
funzione o la stessa rilevanza patologica (Figura 1).
Figura 1. Eterogeneità della senescenza cellulare. Le cellule senescenti possono assumere stati diversi a seconda del tessuto, del microambiente e dello stimolo che le induce. La loro posizione e il loro ruolo funzionale possono quindi variare tra organi e condizioni biologiche differenti.
Questa idea nasce già nel 2019, con un lavoro promosso
nell’ambito dell’International Cell Senescence Association (ICSA - https://www.cellsenescence.info/ )
e pubblicato su Cell (1).
Questo lavoro evidenziava che lo stato di senescenza è difficile da definire in
modo univoco e proponeva di utilizzare combinazioni di caratteristiche
cellulari e molecolari, piuttosto che un singolo indicatore isolato.
Il problema è diventato ancora più evidente negli studi in
vivo. Le linee guida MICSE, pubblicate su Cell nel 2024 (2), partono
proprio da questa difficoltà: molti marker identificati e validati in coltura
cellulare non funzionano necessariamente allo stesso modo nei tessuti naturali.
Le linee guida sottolineano quindi che non esiste un singolo biomarcatore
universale di senescenza e raccomandano l’uso simultaneo di più indicatori,
adattati al tipo di campione e al contesto sperimentale.
Dal marker singolo alla mappa
Nel 2026 il tema è tornato al centro dell’attenzione grazie
ai lavori del programma NIH Cellular Senescence Network, o SenNet (https://sennetconsortium.org/ ).
SenNet è stato creato per identificare e caratterizzare le differenze tra
cellule senescenti nei diversi organi, negli stati di salute e malattia e lungo
il corso della vita. L’obiettivo dichiarato è produrre atlanti pubblicamente
accessibili delle cellule senescenti, delle loro differenze e delle molecole
che secernono, utilizzando dati da tessuti umani e organismi modello.
Il comunicato NIH del giugno 2026 (https://www.nih.gov/news-events/news-releases/nih-research-establishes-new-framework-role-senescence-aging
) ha presentato questi lavori come un passo verso un primo atlante su larga
scala delle cellule senescenti nel corpo umano. In questo contesto viene
introdotto o enfatizzato il concetto di “senotypes” (in italiano: senotipi),
cioè stati senescenti classificabili in base alla sede anatomica e alle
condizioni biologiche circostanti. Il messaggio importante non è che sia
comparsa improvvisamente una nuova categoria cellulare, ma che la senescenza
viene trattata sempre più come un insieme di stati biologici contestuali e non
come un fenomeno uniforme.
Va detto chiaramente che al momento non siamo di fronte a
una tassonomia definitiva dei senotipi, pronta per essere applicata
automaticamente a ogni studio su uomo, topo o altri modelli. Siamo piuttosto
davanti a un cambio di scala metodologico con l’uso di tecnologie “single-cell”,
spaziali (in riferimento alla posizione nel tessuto), proteomiche,
trascrittomiche, e di “imaging” avanzato assistite da strumenti computazionali
per descrivere dove si trovano le cellule senescenti, quali programmi
molecolari esprimono e in che relazione sono con il tessuto circostante.
Tra le risorse più concrete emerse nel 2026 c’è SenCat (3),
un catalogo multi-omico della senescenza. In questo lavoro sono stati profilati
trascrittoma e proteoma di 14 tipi cellulari primari umani sottoposti a oltre
30 paradigmi di senescenza. In questo lavoro, si conferma che le cellule
senescenti non condividono un unico marker universale. Al contrario, emergono firme
molecolari combinate, alcune delle quali possono essere utilizzate con approcci
di machine learning per riconoscere e quantificare la senescenza in contesti e
risorse diverse, inclusi “dataset” umani e murini.
Quindi, se una cellula senescente non può essere
identificata in modo affidabile con un singolo marcatore, la strategia più
robusta è quella di costruire pannelli, firme e criteri contestuali. In altre
parole, bisogna chiedersi: quale tipo cellulare sto osservando? In quale
tessuto? In quale specie? In quale condizione fisiologica o patologica? Con
quale tecnologia sto misurando la senescenza?
Il problema della standardizzazione
In questo scenario, il ruolo di ICSA e delle linee guida
MICSE è complementare a quello di SenNet. SenNet produce mappe, dati,
tecnologie e classificazioni operative; ICSA e MICSE contribuiscono invece a
costruire un linguaggio comune e criteri minimi per non chiamare “senescente”
una cellula sulla base di evidenze troppo deboli.
Per esempio, l’espressione di p16 e p21, l’attività di SA-β-gal,
i marcatori del danno al DNA o la quantificazione di alcuni componenti del SASP
può essere informativa, ma raramente è conclusiva se presa da sola. Alcuni
marker sono espressi anche in contesti non senescenti, mentre altri sono
assenti in certe forme di senescenza, e altri ancora dipendono fortemente dal
tessuto o dalla metodica utilizzata. Le linee guida MICSE nascono proprio per
affrontare questi limiti in modo sistematico.
Dalla mappa alla clinica: il problema dei biomarcatori
Un’altra iniziativa rilevante del 2026 è il Senotherapeutics
Biomarker Consortium (https://www.phaedon.institute/sbc/
), presentato e discusso in un lavoro pubblicato su Nature Aging (4). Il punto di
partenza del consorzio è molto pratico: il campo dei senoterapeutici sta
avanzando rapidamente, ma la traduzione clinica resta limitata dalla difficoltà
di misurare, confrontare e monitorare la senescenza nell’uomo in modo robusto. Questo
viene quindi suggerito come il collo di bottiglia più rilevate per poter sviluppare
farmaci o interventi che eliminino, modulino o prevengano gli effetti dannosi
delle cellule senescenti. In effetti, è più che ragionevole che per poter
sviluppare questi interventi bisogna sapere prima quali cellule senescenti sono
presenti, dove sono, quanto sono abbondanti, se sono dannose o potenzialmente
utili, e se cambiano (e come) dopo un intervento.
Senza biomarcatori affidabili, il rischio è duplice. Da un
lato non è possibile riconoscere un effetto terapeutico reale, e dall’altro non
è possibile attribuire a un trattamento un effetto “anti-senescenza” non
dimostrato. La nuova fase del campo richiede quindi non solo farmaci migliori,
ma soprattutto misure migliori.
SENESCENCE2030: coordinare ricerca, formazione e impatto
sociale
In Europa, un ruolo di coordinamento è svolto dalla COST
Action SENESCENCE2030 (https://senescence2030.eu/
), formalmente denominata “Targeting Cell Senescence to Prevent Age-Related
Diseases”. L’azione è iniziata nel 2024 e ha come obiettivo la costruzione di
una rete multidisciplinare e intersettoriale di ricercatori, clinici e
innovatori per avanzare la conoscenza della senescenza cellulare e della sua
relazione con l’invecchiamento, la salute e le malattie età-associate.
La descrizione ufficiale della COST Action mette al centro
concetti come healthspan, gerodiagnostica, senoterapie e transizione da un
approccio centrato sulla singola malattia a strategie più preventive e
personalizzate. È un passaggio importante, perché la senescenza cellulare non
riguarda una sola patologia: è stata associata a processi molto diversi, dalle
malattie metaboliche e cardiovascolari alla neurodegenerazione, al cancro e
alla fragilità.
Conclusioni
Il termine “senotipi” non può essere associato ad una nuova scoperta ma piuttosto va considerato come un utile formalizzazione di una realtà già nota, ovvero che la senescenza è eterogenea, plastica, dipendente dal contesto e difficile da misurare con un solo marker. La novità non sta tanto nell’aver scoperto che le cellule senescenti sono diverse tra loro. Questo era già evidente da molti anni. La novità sta nel fatto che oggi iniziano a convergere tre elementi:
1.
Atlanti e dataset multi-tessuto e multi-specie,
come quelli prodotti da SenNet;
2.
Cataloghi multi-omici e firme computazionali,
come SenCat;
3.
Linee guida e consorzi internazionali, come
ICSA, MICSE, SENESCENCE2030 e il Senotherapeutics Biomarker Consortium.
Questa convergenza può aiutare a rendere il campo più
riproducibile, più comparabile e più traducibile.
In futuro, uno studio sulla senescenza dovrebbe poter
specificare non solo “abbiamo trovato cellule senescenti”, ma quale tipo di
senescenza è stato osservato, in quale tessuto, con quali marker, con quale
firma molecolare e con quale significato funzionale.
Per quanto riguarda la medicina traslazionale, è altresì
importante che lo sviluppo di senolitici, senomorfici o interventi capaci di
modulare la senescenza, cerchi di evitare approcci troppo grossolani. Alcune
cellule senescenti possono contribuire a tumori, fibrosi, infiammazione
cronica, disfunzione tissutale e fragilità, mentre altre possono avere ruoli
utili nella riparazione, nella difesa antitumorale o nella risposta a danni
acuti. Colpire “tutte le cellule senescenti” potrebbe quindi non essere sempre
desiderabile.
Per quanto riguarda l’invecchiamento umano, l’acquisizione
di questa nuova conoscenza, potrebbe aiutare a identificare stati precoci di
disfunzione tissutale, monitorare il carico di cellule senescenti in specifici
organi o sistemi, e aiutare a confrontare meglio uomo e modelli animali per
progettare studi clinici più rigorosi.
Il messaggio finale è quindi prudente ma importante: il
progresso non consiste nell’aver trovato un nuovo nome per vecchi concetti, ma
nel trasformare concetti frammentati in mappe, criteri e strumenti condivisi.
Solo così la senescenza cellulare potrà diventare non solo un affascinante
meccanismo dell’invecchiamento, ma anche un bersaglio misurabile,
interpretabile e potenzialmente utile per migliorare la salute nelle età
avanzate.
Referenze
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3.
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4.
Quarta
M, Neretti N, Jasper H, Demaria M. Advancing senescence translation through the
Senotherapeutics Biomarker Consortium. Nat Aging. 2026 Apr;6(4):739-741.
doi: 10.1038/s43587-026-01097-z. PMID: 41776308.