venerdì 26 giugno 2026

Le cellule senescenti non sono tutte uguali

 

Per molti anni, la senescenza cellulare è stata descritta in modo relativamente semplice: una cellula sottoposta a stress smette stabilmente di proliferare, cambia morfologia, attiva vie di risposta al danno e spesso produce molecole infiammatorie e rimodellanti note nel loro insieme come SASP, dall’inglese “senescence-associated secretory phenotype” (in italiano: fenotipo secretorio associato alla senescenza). Questa descrizione resta utile, ma oggi appare insufficiente e non più aderente all’evoluzione che sta mostrando questo settore di ricerca.

Il punto centrale è che non esiste una sola senescenza cellulare. Esistono invece stati senescenti diversi, che dipendono dal tipo cellulare, dal tessuto, dallo stimolo che li ha indotti, dall’età dell’organismo, dalla presenza di malattia e dal microambiente in cui le cellule si trovano. Una cellula senescente nella cute, nel fegato, nel sistema immunitario o nel cervello può condividere alcuni tratti generali con altre cellule senescenti, ma non necessariamente gli stessi marker, la stessa funzione o la stessa rilevanza patologica (Figura 1).


Figura 1. Eterogeneità della senescenza cellulare. Le cellule senescenti possono assumere stati diversi a seconda del tessuto, del microambiente e dello stimolo che le induce. La loro posizione e il loro ruolo funzionale possono quindi variare tra organi e condizioni biologiche differenti.


Questa idea nasce già nel 2019, con un lavoro promosso nell’ambito dell’International Cell Senescence Association (ICSA - https://www.cellsenescence.info/ ) e pubblicato su Cell (1). Questo lavoro evidenziava che lo stato di senescenza è difficile da definire in modo univoco e proponeva di utilizzare combinazioni di caratteristiche cellulari e molecolari, piuttosto che un singolo indicatore isolato.

Il problema è diventato ancora più evidente negli studi in vivo. Le linee guida MICSE, pubblicate su Cell nel 2024 (2), partono proprio da questa difficoltà: molti marker identificati e validati in coltura cellulare non funzionano necessariamente allo stesso modo nei tessuti naturali. Le linee guida sottolineano quindi che non esiste un singolo biomarcatore universale di senescenza e raccomandano l’uso simultaneo di più indicatori, adattati al tipo di campione e al contesto sperimentale.

Dal marker singolo alla mappa

Nel 2026 il tema è tornato al centro dell’attenzione grazie ai lavori del programma NIH Cellular Senescence Network, o SenNet (https://sennetconsortium.org/ ). SenNet è stato creato per identificare e caratterizzare le differenze tra cellule senescenti nei diversi organi, negli stati di salute e malattia e lungo il corso della vita. L’obiettivo dichiarato è produrre atlanti pubblicamente accessibili delle cellule senescenti, delle loro differenze e delle molecole che secernono, utilizzando dati da tessuti umani e organismi modello.

Il comunicato NIH del giugno 2026 (https://www.nih.gov/news-events/news-releases/nih-research-establishes-new-framework-role-senescence-aging ) ha presentato questi lavori come un passo verso un primo atlante su larga scala delle cellule senescenti nel corpo umano. In questo contesto viene introdotto o enfatizzato il concetto di “senotypes” (in italiano: senotipi), cioè stati senescenti classificabili in base alla sede anatomica e alle condizioni biologiche circostanti. Il messaggio importante non è che sia comparsa improvvisamente una nuova categoria cellulare, ma che la senescenza viene trattata sempre più come un insieme di stati biologici contestuali e non come un fenomeno uniforme.

Va detto chiaramente che al momento non siamo di fronte a una tassonomia definitiva dei senotipi, pronta per essere applicata automaticamente a ogni studio su uomo, topo o altri modelli. Siamo piuttosto davanti a un cambio di scala metodologico con l’uso di tecnologie “single-cell”, spaziali (in riferimento alla posizione nel tessuto), proteomiche, trascrittomiche, e di “imaging” avanzato assistite da strumenti computazionali per descrivere dove si trovano le cellule senescenti, quali programmi molecolari esprimono e in che relazione sono con il tessuto circostante.

Tra le risorse più concrete emerse nel 2026 c’è SenCat (3), un catalogo multi-omico della senescenza. In questo lavoro sono stati profilati trascrittoma e proteoma di 14 tipi cellulari primari umani sottoposti a oltre 30 paradigmi di senescenza. In questo lavoro, si conferma che le cellule senescenti non condividono un unico marker universale. Al contrario, emergono firme molecolari combinate, alcune delle quali possono essere utilizzate con approcci di machine learning per riconoscere e quantificare la senescenza in contesti e risorse diverse, inclusi “dataset” umani e murini.

Quindi, se una cellula senescente non può essere identificata in modo affidabile con un singolo marcatore, la strategia più robusta è quella di costruire pannelli, firme e criteri contestuali. In altre parole, bisogna chiedersi: quale tipo cellulare sto osservando? In quale tessuto? In quale specie? In quale condizione fisiologica o patologica? Con quale tecnologia sto misurando la senescenza?

 

Il problema della standardizzazione

In questo scenario, il ruolo di ICSA e delle linee guida MICSE è complementare a quello di SenNet. SenNet produce mappe, dati, tecnologie e classificazioni operative; ICSA e MICSE contribuiscono invece a costruire un linguaggio comune e criteri minimi per non chiamare “senescente” una cellula sulla base di evidenze troppo deboli.

Per esempio, l’espressione di p16 e p21, l’attività di SA-β-gal, i marcatori del danno al DNA o la quantificazione di alcuni componenti del SASP può essere informativa, ma raramente è conclusiva se presa da sola. Alcuni marker sono espressi anche in contesti non senescenti, mentre altri sono assenti in certe forme di senescenza, e altri ancora dipendono fortemente dal tessuto o dalla metodica utilizzata. Le linee guida MICSE nascono proprio per affrontare questi limiti in modo sistematico.

 

Dalla mappa alla clinica: il problema dei biomarcatori

Un’altra iniziativa rilevante del 2026 è il Senotherapeutics Biomarker Consortium (https://www.phaedon.institute/sbc/ ), presentato e discusso in un lavoro pubblicato su Nature Aging (4). Il punto di partenza del consorzio è molto pratico: il campo dei senoterapeutici sta avanzando rapidamente, ma la traduzione clinica resta limitata dalla difficoltà di misurare, confrontare e monitorare la senescenza nell’uomo in modo robusto. Questo viene quindi suggerito come il collo di bottiglia più rilevate per poter sviluppare farmaci o interventi che eliminino, modulino o prevengano gli effetti dannosi delle cellule senescenti. In effetti, è più che ragionevole che per poter sviluppare questi interventi bisogna sapere prima quali cellule senescenti sono presenti, dove sono, quanto sono abbondanti, se sono dannose o potenzialmente utili, e se cambiano (e come) dopo un intervento.

Senza biomarcatori affidabili, il rischio è duplice. Da un lato non è possibile riconoscere un effetto terapeutico reale, e dall’altro non è possibile attribuire a un trattamento un effetto “anti-senescenza” non dimostrato. La nuova fase del campo richiede quindi non solo farmaci migliori, ma soprattutto misure migliori.

 

SENESCENCE2030: coordinare ricerca, formazione e impatto sociale

In Europa, un ruolo di coordinamento è svolto dalla COST Action SENESCENCE2030 (https://senescence2030.eu/ ), formalmente denominata “Targeting Cell Senescence to Prevent Age-Related Diseases”. L’azione è iniziata nel 2024 e ha come obiettivo la costruzione di una rete multidisciplinare e intersettoriale di ricercatori, clinici e innovatori per avanzare la conoscenza della senescenza cellulare e della sua relazione con l’invecchiamento, la salute e le malattie età-associate.

La descrizione ufficiale della COST Action mette al centro concetti come healthspan, gerodiagnostica, senoterapie e transizione da un approccio centrato sulla singola malattia a strategie più preventive e personalizzate. È un passaggio importante, perché la senescenza cellulare non riguarda una sola patologia: è stata associata a processi molto diversi, dalle malattie metaboliche e cardiovascolari alla neurodegenerazione, al cancro e alla fragilità.

 

Conclusioni

Il termine “senotipi” non può essere associato ad una nuova scoperta ma piuttosto va considerato come un utile formalizzazione di una realtà già nota, ovvero che la senescenza è eterogenea, plastica, dipendente dal contesto e difficile da misurare con un solo marker. La novità non sta tanto nell’aver scoperto che le cellule senescenti sono diverse tra loro. Questo era già evidente da molti anni. La novità sta nel fatto che oggi iniziano a convergere tre elementi:

1.      Atlanti e dataset multi-tessuto e multi-specie, come quelli prodotti da SenNet;

2.      Cataloghi multi-omici e firme computazionali, come SenCat;

3.      Linee guida e consorzi internazionali, come ICSA, MICSE, SENESCENCE2030 e il Senotherapeutics Biomarker Consortium.

Questa convergenza può aiutare a rendere il campo più riproducibile, più comparabile e più traducibile.

In futuro, uno studio sulla senescenza dovrebbe poter specificare non solo “abbiamo trovato cellule senescenti”, ma quale tipo di senescenza è stato osservato, in quale tessuto, con quali marker, con quale firma molecolare e con quale significato funzionale.

Per quanto riguarda la medicina traslazionale, è altresì importante che lo sviluppo di senolitici, senomorfici o interventi capaci di modulare la senescenza, cerchi di evitare approcci troppo grossolani. Alcune cellule senescenti possono contribuire a tumori, fibrosi, infiammazione cronica, disfunzione tissutale e fragilità, mentre altre possono avere ruoli utili nella riparazione, nella difesa antitumorale o nella risposta a danni acuti. Colpire “tutte le cellule senescenti” potrebbe quindi non essere sempre desiderabile.

Per quanto riguarda l’invecchiamento umano, l’acquisizione di questa nuova conoscenza, potrebbe aiutare a identificare stati precoci di disfunzione tissutale, monitorare il carico di cellule senescenti in specifici organi o sistemi, e aiutare a confrontare meglio uomo e modelli animali per progettare studi clinici più rigorosi.

Il messaggio finale è quindi prudente ma importante: il progresso non consiste nell’aver trovato un nuovo nome per vecchi concetti, ma nel trasformare concetti frammentati in mappe, criteri e strumenti condivisi. Solo così la senescenza cellulare potrà diventare non solo un affascinante meccanismo dell’invecchiamento, ma anche un bersaglio misurabile, interpretabile e potenzialmente utile per migliorare la salute nelle età avanzate.

Referenze

1.      Gorgoulis V, Adams PD, Alimonti A, Bennett DC, Bischof O, Bishop C, Campisi J, Collado M, Evangelou K, Ferbeyre G, Gil J, Hara E, Krizhanovsky V, Jurk D, Maier AB, Narita M, Niedernhofer L, Passos JF, Robbins PD, Schmitt CA, Sedivy J, Vougas K, von Zglinicki T, Zhou D, Serrano M, Demaria M. Cellular Senescence: Defining a Path Forward. Cell. 2019 Oct 31;179(4):813-827. doi: 10.1016/j.cell.2019.10.005. PMID: 31675495.

2.      Ogrodnik M, Carlos Acosta J, Adams PD, d'Adda di Fagagna F, Baker DJ, Bishop CL, Chandra T, Collado M, Gil J, Gorgoulis V, Gruber F, Hara E, Jansen-Dürr P, Jurk D, Khosla S, Kirkland JL, Krizhanovsky V, Minamino T, Niedernhofer LJ, Passos JF, Ring NAR, Redl H, Robbins PD, Rodier F, Scharffetter-Kochanek K, Sedivy JM, Sikora E, Witwer K, von Zglinicki T, Yun MH, Grillari J, Demaria M. Guidelines for minimal information on cellular senescence experimentation in vivo. Cell. 2024 Aug 8;187(16):4150-4175. doi: 10.1016/j.cell.2024.05.059. PMID: 39121846; PMCID: PMC11790242.

3.      Anerillas C, Altés G, Gresova K, Tsitsipatis D, Mazan-Mamczarz K, Banarjee R, Cunningham ASG, Salamini-Montemurri M, Yang JH, Munk R, Rossi M, Piao Y, Olinger B, Strassheim Q, Martindale JL, Fan J, Cui CY, De S, Rutherford DV, Hao Y, Li Z, Roberts J, Qi YA, Abdelmohsen K, de Cabo R, Herman AB, Maragkakis M, Basisty N, Gorospe M. SenCat: Cataloging human cell senescence through multi-omic profiling of multiple senescent primary cell types. Mol Cell. 2026 Jun 11:S1097-2765(26)00323-0. doi: 10.1016/j.molcel.2026.05.017. PMID: 42276073; PMCID: PMC13267859.

4.      Quarta M, Neretti N, Jasper H, Demaria M. Advancing senescence translation through the Senotherapeutics Biomarker Consortium. Nat Aging. 2026 Apr;6(4):739-741. doi: 10.1038/s43587-026-01097-z. PMID: 41776308.

domenica 22 gennaio 2023

La perdita di informazioni epigenetiche è causa dell'invecchiamento?

 

Il post di questo mese è dedicato ad una scoperta recente del team di ricerca guidato dal Prof. David Sinclair della Harvard Medical School pubblicata sulla rivista Cell (1). La pubblicazione, dal titolo “Loss of epigenetic information as a cause of mammalian aging” (in Italiano: “Perdita di informazioni epigenetiche come causa dell'invecchiamento nei mammiferi”), fornisce un solido supporto ad una teoria secondo cui la perdita di informazioni epigenetiche, risultante dai meccanismi di riparazione del DNA, può essere una delle cause principali dell'invecchiamento. Studi effettuati precedentemente su organismi unicellulari eucariotici, avevano già dimostrato che la rilocalizzazione di specifici regolatori epigenetici era una possibile causa dell'invecchiamento. Notoriamente, anche in organismi multicellulari (inclusi i mammiferi) sono stati osservati cambiamenti epigenetici associati all'invecchiamento, inclusi modificazioni degli istoni e cambiamenti nella metilazione del DNA di cui abbiamo ampiamente discusso in precedenti post.

Per capire meglio questo concetto, immaginiamo il DNA come una serie di libri di ricette, dove ciascuna ricetta corrisponde a una differente cellula del nostro corpo. Questi libri sono scritti in modo tale che ciascuna ricetta sia divisa in tante piccole parti sparse in diversi capitoli o addirittura in diversi libri. La produzione di queste ricette dipende quindi dalla sequenza esatta con cui vengono lette le frasi e i capitoli nei diversi libri. Per aiutarci in questo difficile compito esistono tanti segnalibri che, nel loro insieme, corrispondono all'epigenoma. Seguendo i segnalibri, siamo quindi in grado di produrre tutte le ricette esattamente come dovrebbero essere fatte. Tuttavia, la nostra libreria è immensa ed è spesso soggetta a furti e incendi. Questi furti e incendi corrispondono ai fenomeni che causano un danno alla doppia catena del DNA e che avvengono ad un tasso di 10-50 per DNA cellulare al giorno. A seguito di questi furti e incendi alcuni libri vanno persi, ma siamo generalmente in grado di ripararli o riacquistarli e rimetterli in ordine nella libreria. Il problema sono però i segnalibri, poiché non ci ricordiamo mai esattamente come erano posizionati e col passare del tempo rischiamo di produrre ricette sbagliate o di perderne alcune. Ecco, questo è quello che viene definita come perdita di informazioni epigenetiche. Una rappresentazione di questa metafora la troverete in Figura 1, mentre una rappresentazione schematica e più scientifica del fenomeno la potete trovare in Figura 2.

Figura 1. Rappresentazione metaforica della perdita di informazioni epigenetiche.




Figura 2. Rappresentazione schematica della perdita di informazioni epigenetiche



 





Perché il lavoro in questione è particolarmente innovativo nel portare supporto a questa teoria?

Ebbene, gli autori hanno creato un topo transgenico che con opportuno stimolo riesce a produrre dei tagli alla doppia catena del DNA in 20 regioni inattive del genoma, che non dovrebbero quindi causare alcun danno alle informazioni genomiche necessarie per la funzione cellulare. Il risultato sembra essere un invecchiamento accelerato, che si verifica attraverso il meccanismo di perdita di informazioni epigenetiche sopra menzionate. I ricercatori hanno anche testato l’effetto della riprogrammazione parziale come mezzo per invertire questo cambiamento epigenetico e comprendere meglio come avviene questa inversione. Dopo 5 settimane di somministrazione di virus adeno-associati (AAV) codificanti per i fattori OSK (OCT4, SOX2 e KLF4), gli stessi con cui erano riusciti a far tornare la vista a topi anziani in un precedente lavoro (2), i livelli di questa perdita di informazioni epigenetiche nei reni e nei muscoli veniva corretta fino a somigliare ai controlli negativi.

Sebbene i risultati appaiano straordinari, è importante far comprendere le criticità che restano ancora da affrontare. In primis, è ancora troppo presto per capire se questo modello di topo transgenico rappresenti fedelmente un processo di invecchiamento accelerato. Qualsiasi forma di danno biologico, come avviene ad esempio nei modelli di progeria, può produrre risultati che somigliano molto all'invecchiamento normale accelerato, ma che non lo sono. Questo è molto importante per le deduzioni e le conclusioni finalizzate a comprendere e contrastare l'invecchiamento. Inoltre, è importante rimarcare che il paper in oggetto non ha effettuato uno studio di longevità né su questi animali né su animali normali trattati con i fattori OSK. I trattamenti con questi fattori di trascrizione (generalmente con l’aggiunta di altri fattori, tra cui il più noto è cMYC) vengono usati per produrre cellule staminali “in vitro” e sono estremamente difficili da maneggiare e controllare “in vivo”. La loro somministrazione per lungo tempo o con scarso controllo porta ad una estrema riprogrammazione con conseguente perdita di identità cellulare, senescenza cellulare e formazione di teratomi (3).

Parallelamente, però è interessante notare che è stato depositato un lavoro su Bioarxiv (4) (non ancora sottoposto quindi a peer review) in cui dei topi trasgenici in età geriatrica (di oltre 30 mesi di età) sono stati fatti vivere più a lungo dei controlli (circa 4 mesi contro i 2 normalmente aspettati) e mantenendo un ottimo stato di salute clinica attraverso l’induzione genica cliclica e a basso livello dei fattori OSKM (OCT4, SOX2, KLF4 e cMYC).

Ci aspettiamo quindi grandi sviluppi e un importante incremento di conoscenze in questo settore nei mesi e negli anni a seguire.

Referenze:

1) Yang JH, Hayano M, Griffin PT, Amorim JA, Bonkowski MS, Apostolides JK, Salfati EL, Blanchette M, Munding EM, Bhakta M, Chew YC, Guo W, Yang X, Maybury-Lewis S, Tian X, Ross JM, Coppotelli G, Meer MV, Rogers-Hammond R, Vera DL, Lu YR, Pippin JW, Creswell ML, Dou Z, Xu C, Mitchell SJ, Das A, O'Connell BL, Thakur S, Kane AE, Su Q, Mohri Y, Nishimura EK, Schaevitz L, Garg N, Balta AM, Rego MA, Gregory-Ksander M, Jakobs TC, Zhong L, Wakimoto H, El Andari J, Grimm D, Mostoslavsky R, Wagers AJ, Tsubota K, Bonasera SJ, Palmeira CM, Seidman JG, Seidman CE, Wolf NS, Kreiling JA, Sedivy JM, Murphy GF, Green RE, Garcia BA, Berger SL, Oberdoerffer P, Shankland SJ, Gladyshev VN, Ksander BR, Pfenning AR, Rajman LA, Sinclair DA. Loss of epigenetic information as a cause of mammalian aging. Cell. 2023 Jan 19;186(2):305-326.e27. doi: 10.1016/j.cell.2022.12.027. Epub 2023 Jan 12. PMID: 36638792.

2) Lu Y, Brommer B, Tian X, Krishnan A, Meer M, Wang C, Vera DL, Zeng Q, Yu D, Bonkowski MS, Yang JH, Zhou S, Hoffmann EM, Karg MM, Schultz MB, Kane AE, Davidsohn N, Korobkina E, Chwalek K, Rajman LA, Church GM, Hochedlinger K, Gladyshev VN, Horvath S, Levine ME, Gregory-Ksander MS, Ksander BR, He Z, Sinclair DA. Reprogramming to recover youthful epigenetic information and restore vision. Nature. 2020 Dec;588(7836):124-129. doi: 10.1038/s41586-020-2975-4. Epub 2020 Dec 2. PMID: 33268865; PMCID: PMC7752134.

3) Mosteiro L, Pantoja C, Alcazar N, Marión RM, Chondronasiou D, Rovira M, Fernandez-Marcos PJ, Muñoz-Martin M, Blanco-Aparicio C, Pastor J, Gómez-López G, De Martino A, Blasco MA, Abad M, Serrano M. Tissue damage and senescence provide critical signals for cellular reprogramming in vivo. Science. 2016 Nov 25;354(6315):aaf4445. doi: 10.1126/science.aaf4445. PMID: 27884981.

4)  https://www.biorxiv.org/content/10.1101/2023.01.04.522507v1

giovedì 29 dicembre 2022

Prospettive e aggiornamenti su orologi mitotici, orologi epigenetici, invecchiamento e cancro

 

La rilevanza dei cambiamenti epigenetici per l’invecchiamento e il cancro è ormai nota a tutti. I meccanismi e il ruolo funzionale di questi cambiamenti sono attualmente oggetto di studi da parte di numerosi gruppi di ricerca.

Questo post non è dedicato ad una nuova scoperta nel settore, ma piuttosto ad un "perspective article" appena pubblicato sulla rivista Science (1). Questo tipo di articoli, che in italiano possono essere tradotti come "articoli di prospettiva" o "articoli di opinione”, forniscono una riflessione su un argomento specifico all'interno del campo di studio, spesso offrendo una visione personale o una prospettiva unica sulla materia. Gli articoli di prospettiva sono solitamente più brevi rispetto agli articoli di ricerca e possono essere utilizzati per offrire una panoramica di un argomento o per stimolare il dibattito su un tema specifico.

L’articolo in oggetto ha il merito di aver messo in luce il ruolo dell’orologio di “ipometilazione mitotica” quale componente importante, ma funzionalmente distinta, dei classici orologi epigenetici di invecchiamento (per maggiori dettagli su epigenetica e orologi epigenetici, riferirsi ad un precedente post).

Cancro e invecchiamento sono accompagnati da cambiamenti importanti nell’epigenoma che includono la perdita progressiva di metilazione del DNA, soprattutto a carico delle regioni “povere” in geni funzionali (queste regioni sono estremamente abbondanti, parliamo di oltre il 50% del nostro genoma). Si ritiene che questa ipometilazione globale rappresenti un “orologio mitotico” che tenga conto del numero di divisioni cellulari e che giochi una funzione biologica importante nel limitare la progressione del cancro e la diffusione di cellule che possono aver accumulato vari tipi di danno col procedere delle proliferazioni.

L’altro tipologia di orologi epigenetici sono quelli sviluppati sempre a partire dai cambiamenti di metilazione del DNA ma che sono in grado di predire l’età cronologica (o anche l’età funzionale) degli organismi. Quest’ultimo tipo di orologi sono influenzati da diversi fattori, inclusi il tipo di cellule in cui viene misurato, l’ambiente extracellulare e anche dall’orologio mitotico stesso. Non a caso, l'ipometilazione (e quindi l’orologio mitotico) è più pronunciata nei tessuti epiteliali proliferativi rispetto al tessuto cerebrale e ad altri compartimenti che sono principalmente costituiti da cellule post-mitotiche. Andare a comprendere meglio le relazioni tra queste due tipologie di orologi epigenetici e le loro interazioni può contribuire allo sviluppo di nuove terapie per il cancro e per le patologie associate all’invecchiamento.

L’ipometilazione è normalmente studiato in quanto processo potenzialmente oncogenico, mentre in questo articolo prospettico viene posto in rilevanza un suo ruolo biologico funzionale. Infatti, l’ipometilazione delle regioni povere di geni determina l’attivazione di elementi retrotrasponibili (estremamente abbondanti e presenti in numerose copie in queste regioni del nostro genoma) quali i retrovirus endogeni (ERVs, dall’inglese endogenous retroviruses) e gli elementi nucleari interspersi lunghi (LINEs, dall’inglese long interspersed nuclear elements). L’attivazione di questi elementi trasponibili, pur essendo potenzialmente oncogenici, determinano un meccanismo di risposta cellulare simile a quello che avviene in presenza di un infezione virale. Per cui, viene innescato un meccanismo di risposta da interferone di tipo 1 che dovrebbe favorire la rimozione di queste cellule attraverso l’immunità innata. Il trattamento con inibitori degli agenti metilanti (in particolare inibitori della DNA metil-transferasi) attiva gli elementi retrotrasponibili nelle cellule cancerose favorendo l’infiltrazione immunitaria e la sensibilità del tumore all’immunoterapia (2).

Tuttavia, questo stesso meccanismo può innescare senescenza cellulare (fenomeno da non confondere con l’invecchiamento delle cellule) ed è tra le caratteristiche attribuite alle cellule senescenti. Poiché le cellule senescenti si accumulano con l’invecchiamento (a seguito di processi ancora non del tutto chiari), questa risposta da interferone di tipo 1 mediata da elementi retrotrasponibili contribuisce all’infiammazione cronica associata all’invecchiamento e a numerose patologie associate all’invecchiamento (3).

L’articolo si conclude suggerendo che le prospettive terapeutiche fornite da queste conoscenze devono essere sfruttate in modo “bilanciato” per migliorare la funzionalità dei tessuti invecchiati senza aumentare il rischio di tumori. Da una parte, infatti, sarebbe importante capire come sfruttare terapeuticamente il fenomeno dell’ipometilazione per favorire la rimozione delle cellule disfunzionali e/o tumorali. Dall’altra però, potrebbe essere utile riuscire ad invertire alcuni processi di ipometilazione (in modo altamente mirato) per ridurre l’infiammazione cronica o altre disfunzioni associate all’invecchiamento.

Un alternativa terapeutica che meriterebbe di essere discussa riguarda la mancata rimozione delle cellule senescenti dopo la risposta da interferone di tipo I e se questo meccanismo in analogia a quanto proposto per i tumori potrebbe essere sfruttato in chiave terapeutica anche per l’eliminazione quantomeno di alcuni tipi di cellule senescenti.

Personalmente trovo questi argomenti estremamente interessanti, ed ho allegato in modo molto schematico una figura rappresentative del ruolo fisiologico attribuito all’orologio mitotico e alle criticità che dovrebbero essere considerate in ottica di prospettive terapeutiche nei tumori e nelle patologie associate all’invecchiamento (Figura 1).

 

Figura 1. Rappresentazione schematica del putativo ruolo fisiologico dell’ipometilazione e delle criticità di cui dovrebbero tenere conto gli sviluppi terapeutici in quest’ambito.

 










Referenze

1.       Johnstone SE, Gladyshev VN, Aryee MJ, Bernstein BE. Epigenetic clocks, aging, and cancer. Science. 2022 Dec 23;378(6626):1276-1277. doi: 10.1126/science.abn4009.

2.       Jones PA, Ohtani H, Chakravarthy A, De Carvalho DD. Epigenetic therapy in immune-oncology. Nat Rev Cancer. 2019 Mar;19(3):151-161. doi: 10.1038/s41568-019-0109-9.

3.       Gorbunova V, Seluanov A, Mita P, McKerrow W, Fenyö D, Boeke JD, Linker SB, Gage FH, Kreiling JA, Petrashen AP, Woodham TA, Taylor JR, Helfand SL, Sedivy JM. The role of retrotransposable elements in ageing and age-associated diseases. Nature. 2021 Aug;596(7870):43-53. doi: 10.1038/s41586-021-03542-y.


venerdì 11 ottobre 2019

Ringiovanimento epigenetico e trial clinici con senolitici sull’uomo. Il punto della situazione.






Di particolare interesse, non solo per chi si interessa di biogerontologia, sono i risultati di due studi recentemente effettuati sull’uomo. Prima di approfondire questo argomento va rimarcato che stiamo parlando di studi clinici preliminari e che quindi i trattamenti di cui mi appresto a parlare possono avere effetti collaterali seri che in larga parte non si possono ancora conoscere. Pertanto, invito tutti i lettori a non pensare neanche lontanamente di fare una sperimentazione su sé stessi. I pericoli ci sono, e questi trattamenti non vanno affrontati al di fuori di trial clinici rigorosamente controllati ed approvati.

Il primo studio riguarda un intervento che sembra essere stato in grado di far tornare indietro le lancette dell’orologio epigenetico nell’uomo (1).
Il secondo riguarda la prima prova di concetto sulla rimozione delle cellule senescenti attraverso un trattamento con un senolitico nell’uomo (2).

In questo post cercherò di descrivere i risultati e i dettagli metodologici rilevanti di questi studi e proverò anche ad evidenziare quelli che secondo me sono i limiti e le cose che necessitano approfondimenti. Poiché il post è un po' più lungo del solito, ho cercato di suddividerlo in brevi capitoli in modo che il lettore possa soffermarsi su ciò che ritiene più interessante.

1. Il TRIMM study e la prima dimostrazione di un ringiovanimento epigenetico sull’uomo.

Lo studio in cui si è evidenziato che le lancette dell’orologio epigenetico possono tornare indietro nell’uomo (per un approfondimento dell’orologio epigenetico vedere il mio post qui) è stato in origine disegnato per cercare di recuperare la funzionalità del timo.

1.1. Breve parentesi sull’involuzione timica nell’invecchiamento
La perdita della funzionalità del timo (involuzione timica) è una delle alterazioni più caratteristiche dell’invecchiamento ed è strettamente associata al declino del sistema immunitario e al rischio di malattie età associate. Già intorno ai 30 anni si osserva una riduzione del peso dell’organo di circa il 30% e intorno ai 60 anni la massa del timo è all’incirca dimezzata. Il timo è l’organo dove vengono fatti maturare i linfociti T e dove imparano a distinguere ciò che fa parte del nostro corpo da ciò che è estraneo. Esperimenti effettuati in topi di laboratorio hanno dimostrato che il trapianto di timo neonatale in topi vecchi può risultare in un modesto ma significativo aumento della lunghezza della vita (3). Sono inoltre stati evidenziati da numerosi studi alcuni fattori ormonali e non ormonali che sembrerebbero influire positivamente sul timo e su una sua potenziale “ricrescita” funzionale (4-6).

1.2. Il cocktail di ormoni, farmaci e integratori utilizzato nello studio
Il trial (“TRIIM study”) è stato condotto utilizzando un cocktail contenente un fattore di crescita (l’ormone della crescita, GH, noto anche come somatotropina – dose 0.015 mg/kg a partire dalla prima settimana), un ormone steroideo (il 5-deidroepiandrosterone, DHEA – dose 50 mg a partire dalla seconda settimana), un farmaco antidiabetico (metformina – dose 500 mg a partire dalla terza settimana) e due micronutrienti (Zinco e Vitamina D). Il GH, secondo l’ipotesi iniziale dello studio è il principale fattore che dovrebbe aiutare a recuperare la funzionalità timica (7-8). La metformina è stata aggiunta per contrastare l’eventuale effetto pro-diabetico del GH e per i suoi potenziali effetti sulla longevità umana (9). Il DHEA è stato aggiunto perché i suoi livelli diminuiscono con l’invecchiamento e può contribuire alla funzionalità immunitaria e alla produzione di altri fattori di crescita indirettamente coinvolti nell’involuzione timica (10). Infine, lo zinco (50 mg a partire dalla prima settimana) e la vitamina D (dose 3,000 IU a partire dalla prima settimana) sono stati aggiunti per i loro effetti anti-infiammatori (11-12) e per il loro potenziale effetto positivo sull’involuzione timica (5, 13).
Lo studio è stato effettuato su 9 volontari di età compresa tra i 51-65 anni e l’intervento è durato un anno.

1.3. I risultati dello studio
Le indagini condotte con la risonanza magnetica hanno evidenziato che, dopo un anno di intervento, la parte funzionale del timo era ricresciuta, i marcatori infiammatori diminuiti e alcuni parametri immunitari erano cambiati positivamente. Tuttavia, il risultato che ha destato più scalpore riguarda l’analisi dell’orologio epigenetico effettuata con diverse metodiche nel sangue di questi volontari. I risultati di uno degli orologi maggiormente associati al rischio di mortalità e alla lunghezza della vita nell’uomo, il “GrimAge clock” (14), hanno indicato un guadagno di 2 anni sull’aspettativa di vita. Anche le altre metodologie utilizzate per misurare l’orologio epigenetico sono state in accordo con questo potenziale effetto di “ringiovanimento”.
 
1.4.  Limiti dello studio
I risultati sono di grande interesse perché non era mai stato comprovato prima sull’uomo un intervento in grado di riportare indietro le lancette dell’orologio epigenetico. Tuttavia, va considerato il fatto che si tratta di uno studio pilota (effettuato su un numero limitatissimo di individui) che non aveva un gruppo di controllo (placebo) e che quindi è soggetto a potenziali bias, primi fra tutti i famigerati “batch effects” (variabilità dei dati dovuta a manipolazioni effettuate in tempi differenti).

1.5.  Che significato biologico può avere il ringiovanimento epigenetico che è stato osservato?
Considerando che l’effetto sia veramente reale, ci sono comunque diverse cose da tenere in considerazione. La prima è che ancora non sappiamo bene cosa misurano gli orologi epigenetici. Sono davvero una misura diretta di un orologio biologico che determina l’invecchiamento al pari dello sviluppo e che dopo una certa età innesca una specie di meccanismo di “auto-distruzione” (questo secondo le teorie deterministiche dell’invecchiamento)? Oppure sono una misura indiretta dei danni che si accumulano nelle nostre cellule col passare del tempo (questo secondo le più accreditate teorie non-deterministiche dell’invecchiamento)? Oppure è qualcosa di ancora diverso. Negli studi effettuati sull’uomo, l’orologio epigenetico viene normalmente elaborato da misurazioni effettuate su campioni di sangue. In questo tipo di campioni è ragionevole chiedersi se l’output timico (la produzione di cellule T “naive”) possa avere una qualche influenza sui marcatori epigenetici rilevati nel sangue, soprattutto in considerazione che l’intervento ha dimostrato una ricrescita funzionale del timo.

1.6.  Quale componete o sinergia di componenti del cocktail utilizzato potrebbe essere responsabile degli effetti sull’orologio epigenetico?
Per quanto ne sappiamo finora, l’ormone della crescita e il DHEA agiscono stimolando il pathway dell’IGF1 (Fattore di crescita insulino simile 1) che, in base a numerosi studi, sembrerebbe avere un effetto di accelerazione del processo di invecchiamento (15). Tuttavia, ci sono anche argomenti a favore di una terapia basata su questi fattori di crescita nell’invecchiamento (16). Probabilmente ci sono alcune cose da rivedere sperimentalmente su questo argomento. Siamo infatti giunti alla conclusione di un effetto negativo della stimolazione del pathway dell’IGF-1 sull’invecchiamento basandoci prevalentemente sui risultati ottenuti in modelli animali in cui le mutazioni avevano un effetto a partire dallo sviluppo. Non è escluso quindi che i risultati di una stimolazione transiente di tale pathway in organismi adulti o anziani possa avere effetti differenti. Anche la metformina potrebbe contribuire a modulare l’orologio epigenetico poiché sembra avere effetti positivi sulla longevità nei topi di laboratorio e forse anche nell’uomo (6). Però, anche la metformina non è esente da effetti collaterali e non sembra agire su tutti gli individui allo stesso modo. Gli ultimi due componenti del cocktail sono la vitamina D e lo zinco. Anche questi micronutrienti non possono essere esclusi degli effetti osservati sull’orologio epigenetico. Infatti, interventi di supplementazione effettuati nell’uomo e nel topo con ciascuno di questi due micronutrienti hanno dimostrato effetti positivi a carico del sistema immunitario e su alcuni “outcome” di salute negli anziani (11). È interessante adesso cercare di capire, anche attraverso specifici studi pre-clinici, quale combinazione o quale componente può essere responsabile di questo effetto e se i cambiamenti epigenetici rilevati corrispondono ad un incremento della lunghezza della vita, e soprattutto della vita in salute.

2. La combinazione di Dasatinib e quercetina, uno dei più noti senolitici, può ridurre l’accumulo di cellule senescenti nell’uomo.

Anche in questo caso si tratta di uno studio pilota (2). Lo studio è stato effettuato su 9 pazienti affetti da diabete di tipo 2 e con evidenza di disfunzioni renali. Lo studio aveva lo scopo di dimostrare che anche nell’uomo, come evidenziato nel topo, la somministrazione di un senolitico (per saperne di più sui i senolitici rileggete il mio post qui) è in grado di eliminare l’eccessivo carico di cellule senescenti che, probabilmente, contribuisce a questa patologia e a numerose altre patologie associate all’invecchiamento. Oltre a questo, si andava anche a rilevare la sicurezza della somministrazione e gli eventuali benefici nelle condizioni di salute dei pazienti.

2.1. Il design dello studio
Lo studio pilota è stato registrato nel database ClinicalTrials.gov (NCT02848131). Ai 9 pazienti (che presentavano diabete di tipo 2 e disfunzioni renali) sono stati somministrati per 3 giorni 100 mg di Dasatinib e 1000 mg di quercetina (la combinazione di questo farmaco antitumorale e di questo flavonoide ha dimostrato effetti senolitici in numerosi studi pre-clinici). I dosaggi sono volutamente più alti rispetto ai trattamenti effettuati precedentemente con dasatinib nei tumori e alle supplementazioni con quercetina.   Infatti, il dosaggio senolitico ha lo scopo di rimuovere l’eccesso di cellule senescenti uccidendole con un composto cui sono particolarmente sensibili minimizzando altri danni all’organismo. Nei modelli preclinici in cui vengono sperimentati i senolitici si somministrano quindi dosi alte per tempi brevissimi. Prima della somministrazione del senolitico e all’11esimo giorno dal termine della somministrazione ai pazienti è stato effettuato un prelievo di sangue e sono state effettuate biopsie del tessuto adiposo e della pelle.

2.2. I risultati dello studio
Purtroppo non sono stati ancora riportati i risultati degli outcome clinici (ad esempio, i cambiamenti nella funzionalità renale e negli indici di fragilità dei pazienti), ma è ragionevole aspettarsi che lo saranno a breve. Tuttavia è stata riportata una diminuzione significativa di molteplici marcatori associati alla senescenza cellulare sia nel tessuto adiposo (diminuzione di cellule che esprimono p16 e p21, diminuzione di cellule con alta attività di beta-galattosidasi, diminuzione di cellule progenitrici degli adipociti con limitata capacità proliferativa) che nella pelle (diminuzione dell’espressione di p16 e p21) compatibili con l’interpretazione di una diminuzione del numero di cellule senescenti. Tale diminuzione è stata osservata anche in fattori circolanti (IL-6, MMP-9 e MMP12) che possono in parte essere originati dalle secrezioni prodotte dalle cellule senescenti.
È altresì importante rilevare che non sono stati registrati eventi avversi di seria entità e che tutti i pazienti hanno completato lo studio.

2.3. Limiti dello studio
Anche in questo caso si tratta di uno studio pilota (effettuato su un numero limitatissimo di individui) che non aveva un gruppo assegnato al placebo. Non è inoltre possibile escludere che le analisi possano avere subito l’influenza di “batch effects”. Un altro trial clinico pilota effettuato con Dasatinib + quercetina in pazienti con fibrosi polmonare idiopatica ha fornito risultati positivi (miglioramento delle performance fisiche) ma non entusiasmanti (nessun cambiamento nella funzionalità polmonare) (17). Questo suggerisce che la strada verso l’ottimizzazione dei dosaggi e verso un’evidenza che tali farmaci abbiano un’utilità clinica superiore alle terapie convenzionali è ancora molto lunga e non priva di imprevisti.

2.4. Rilevanza e implicazioni dei risultati dello studio
Gli interventi con senolitici fanno parte di una nuova generazione di trattamenti che cerca di intervenire sui processi fondamentali dell’invecchiamento, quali la senescenza cellulare, con lo scopo di ritardare, prevenire o alleviare le sofferenze dovute a malattie associate all’invecchiamento. I risultati pre-clinici finora ottenuti con i senolitici sui topi sembrano confermare che questa idea può aprire nuove strade terapeutiche in molteplici patologie. Tuttavia, l’ipotesi che i senolitici agiscano effettivamente attraverso la rimozione delle cellule senescenti nell’uomo è difficile da confermare per una serie di limitazioni che non mi dilungo ad elencare. Questo studio, sebbene anch’esso con numerose limitazioni, sembra confermare che quanto osservato nel topo potrebbe avvenire anche nell’uomo. Il passaggio dalla sperimentazione sul topo alla conclusione dei primi trial effettuati sull’uomo è stato rapidissimo (meno di 4 anni), e stando ai primi risultati è possibile che ci troviamo di fronte ad uno dei migliori esempi di efficienza di ricerca traslazionale. Resta tuttavia ancora molto lavoro da fare per verificare l’efficacia di tali farmaci, per ottimizzare i dosaggi nell’uomo e per chiarire quali siano i possibili rischi dovuti ad effetti avversi. Resta inoltre ancora irrisolto il problema della specificità dei senolitici (che attualmente sono solo selettivi) ma si stanno già programmando ulteriori studi pre-clinici destinati ad affrontare questo problema attraverso l’ausilio di innovative tecnologie biomediche.

Referenze

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2. Hickson LJ, Langhi Prata LGP, Bobart SA, Evans TK, Giorgadze N, Hashmi SK, Herrmann SM, Jensen MD, Jia Q, Jordan KL, Kellogg TA, Khosla S, Koerber DM, Lagnado AB, Lawson DK, LeBrasseur NK, Lerman LO, McDonald KM, McKenzie TJ, Passos JF, Pignolo RJ, Pirtskhalava T, Saadiq IM, Schaefer KK, Textor SC, Victorelli SG, Volkman TL, Xue A, Wentworth MA, Wissler Gerdes EO, Zhu Y, Tchkonia T, Kirkland JL. Senolytics decrease senescent cells in humans: Preliminary report from a clinical trial of Dasatinib plus Quercetin in individuals with diabetic kidney disease. EBioMedicine. 2019 Sep;47:446-456. doi: 10.1016/j.ebiom.2019.08.069

3. Basso A, Malavolta M, Piacenza F, Santarelli L, Marcellini F, Papa R, Mocchegiani E. Noninvasive neonatal thymus graft into the axillary cavity extends the lifespan of old mice. Rejuvenation Res. 2010 Apr-Jun;13(2-3):288-91. doi: 10.1089/rej.2009.0936

4. Chidgey A. Effects of growth hormone in enhancing thymic regrowth and T-cell reconstitution. Expert Rev Clin Immunol. 2008 Jul;4(4):433-9. doi: 10.1586/1744666X.4.4.433

5. Mocchegiani E, Santarelli L, Muzzioli M, Fabris N. Reversibility of the thymic involution and of age-related peripheral immune dysfunctions by zinc supplementation in old mice. Int J Immunopharmacol. 1995 Sep;17(9):703-18.
6. May M, Holmes E, Rogers W, Poth M. Protection from glucocorticoid induced thymic involution by dehydroepiandrosterone. Life Sci. 1990;46(22):1627-31.

7. Kelley KW, Brief S, Westly HJ, Novakofski J, Bechtel PJ, Simon J, Walker EB. GH3 pituitary adenoma cells can reverse thymic aging in rats. Proc Natl Acad Sci U S A. 1986 Aug;83(15):5663-7.

8. Plana M, Garcia F, Darwich L, Romeu J, López A, Cabrera C, Massanella M, Canto E, Ruiz-Hernandez R, Blanco J, Sánchez M, Gatell JM, Clotet B, Ruiz L, Bofill M; Red de Investigación en Sida (RIS). The reconstitution of the thymus in immunosuppressed individuals restores CD4-specific cellular and humoral immune responses. Immunology. 2011 Jul;133(3):318-28. doi: 10.1111/j.1365-2567.2011.03442.x.

9. Barzilai N, Crandall JP, Kritchevsky SB, Espeland MA. Metformin as a Tool to Target Aging. Cell Metab. 2016 Jun 14;23(6):1060-1065. doi: 10.1016/j.cmet.2016.05.011.

10. Filipin Mdel V, Caetano LC, Brazão V, Santello FH, Toldo MP, do Prado JC Jr. DHEA and testosterone therapies in Trypanosoma cruzi-infected rats are associated with thymic changes. Res Vet Sci. 2010 Aug;89(1):98-103. doi: 10.1016/j.rvsc.2010.01.016.

11. Mocchegiani E, Romeo J, Malavolta M, Costarelli L, Giacconi R, Diaz LE, Marcos A. Zinc: dietary intake and impact of supplementation on immune function in elderly. Age (Dordr). 2013 Jun;35(3):839-60. doi: 10.1007/s11357-011-9377-3.

12. Haussler MR, Saini RK, Sabir MS, Dussik CM, Khan Z, Whitfield GK, Griffin KP, Kaneko I and Jurutka PW. Vitamin D nutrient-gene interactions and healthful aging. Chapter 33 in Molecular Basis of Nutrition and Aging, First Edition, Marco Malavolta and Eugenio Mocchegiani, eds., Elsevier Academic Press, San Diego, pp. 449-471 (2016).

13. Wang Z, Wang Y, Xu B, Liu J, Ren Y, Dai Z, Cui D, Su X, Si S, Song SJ. Vitamin D improves immune function in immunosuppressant mice induced by glucocorticoid. Biomed Rep. 2017 Jan;6(1):120-124. doi: 10.3892/br.2016.817.

14. Lu AT, Quach A, Wilson JG, Reiner AP, Aviv A, Raj K, Hou L, Baccarelli AA, Li Y, Stewart JD, Whitsel EA, Assimes TL, Ferrucci L, Horvath S. DNA methylation GrimAge strongly predicts lifespan and healthspan. Aging (Albany NY). 2019 Jan 21;11(2):303-327. doi: 10.18632/aging.101684.

15. Junnila RK, List EO, Berryman DE, Murrey JW, Kopchick JJ. The GH/IGF-1 axis in ageing and longevity. Nat Rev Endocrinol. 2013 Jun;9(6):366-376. doi: 10.1038/nrendo.2013.67.

16. Vitale G, Barbieri M, Kamenetskaya M, Paolisso G. GH/IGF-I/insulin system in centenarians. Mech Ageing Dev. 2017 Jul;165(Pt B):107-114. doi: 10.1016/j.mad.2016.12.001. Epub 2016 Dec 5.

17. Justice JN, Nambiar AM, Tchkonia T, LeBrasseur NK, Pascual R, Hashmi SK, Prata L, Masternak MM, Kritchevsky SB, Musi N, Kirkland JL. Senolytics in idiopathic pulmonary fibrosis: Results from a first-in-human, open-label, pilot study. EBioMedicine. 2019 Feb;40:554-563. doi: 10.1016/j.ebiom.2018.12.052.

lunedì 8 luglio 2019

Il viroma e l’invecchiamento





Prendo spunto da un recente lavoro (1), una “review” per l’esattezza (ovvero una revisione della letteratura finalizzata all'aggiornamento su un determinato argomento), per introdurre un argomento che è stato ampiamente sottovalutato dalla biogerontologia ma che grazie alle nuove tecnologie sta emergendo in tutta la sua rilevanza e complessità. Mi riferisco in particolare al ruolo del viroma nell’invecchiamento.
Cos’è il viroma vi starete chiedendo? Ebbene, in termini semplicistici non è altro che l’insieme delle comunità virali che risiedono nel nostro organismo. Probabilmente avrete già sentito parlare di microbiota, termine che si riferisce non solo ai batteri ma a tutte le comunità di microorganismi (batteri, protisti, archea, funghi e virus) che vivono nel nostro organismo (n.b. non solo nell’intestino). Questo significa che il nostro corpo non è formato solo da cellule “umane” ma è piuttosto formato da una moltitudine di organismi che vivono in simbiosi. Se pensiamo solo ai batteri, considerate il fatto che in un uomo ci sono circa 30 trilioni di cellule e 39 trilioni di batteri (un trilione equivale a mille miliardi). In altre parole siamo formati da quasi un 50% di cellule umane e un 50% di batteri.
Non è quindi sorprendente che cambiamenti nel microbiota, solitamente studiato limitatamente alla sua componente batterica (batteriota), si associno a cambiamenti nello stile di vita e ad altri fattori ambientali, a malattie e perfino all’invecchiamento (2). Purtroppo la maggior parte degli studi è limitata a studi di tipo osservazionali, per cui una relazione di causa-effetto è difficile da estrapolare. Tuttavia, appare ragionevole pensare che gli effetti dei cambiamenti del microbioma sulla salute umana e sull’invecchiamento siano rilevanti. 
Se ci soffermiamo solo alle cellule del nostro organismo, sappiamo che generalmente il loro fato consiste nell’andare incontro a senescenza cellulare, ad apoptosi (morte cellulare) o a trasformazioni neoplastiche (i.e. diventano una cellula che può dare origine ad un tumore).  All’origine di questi fenomeni vi sono dei danni di varia natura che caratterizzano l’invecchiamento biologico. Fenomeni simili non possono essere esclusi anche per quel che riguarda il nostro microbioma ma le ricerche in questo campo sono ancora limitate.
Lo studio del viroma è ancora più complesso di quello dei batteri che formano il nostro organismo, infatti, i virus spesso non possiedono sequenze genetiche note (come nel caso delle sequenze dei geni ribosomiali utilizzate per i batteri) che consentono la loro identificazione. Il viroma dei mammiferi comprende virus che infettano le cellule eucariotiche (quelle che possiamo considerare le “nostre” cellule”), virus che infettano i batteri (batteriofagi) e gli archea (viroma degli archea) che fanno parte del nostro organismo e virus che sono ormai integrati nel nostro DNA o di quello dei nostri batteri (retrovirus endogeni, elementi virali endogeni e profagi). Tutti questi virus sono potenzialmente in grado di replicarsi e, in particolari casi o circostanze, di dare origine a fenomeni simili ad un’infezione.
Tali virus possono semplicemente cercare di sopravvivere all’interno del nostro organismo in forma latente fino a quando non si verificano le condizioni necessarie alla loro riattivazione. Molti di questi virus sono specializzati nell’evadere le difese del sistema immunitario e possono diversificarsi ed evolvere fino a sviluppare delle relazioni simbiotiche con le cellule e l’organismo che li ospita (3).
I virus del nostro viroma risiedono non solo nel DNA delle nostre cellule e dei nostri batteri, ma anche nelle mucose e possono persistere in diverse forme latenti in cellule neuronali, ematopoietiche, staminali, vascolari e probabilmente di qualunque altro tipo.
Le moderne tecniche di “next generation sequencing” hanno permesso di analizzare e pubblicare almeno in parte quella che è la composizione del nostro viroma in condizioni normali. Restano tuttavia ancora molte sequenze sconosciute che non sono riconducibili a quelle di virus o batteri noti e che fanno sospettare che il viroma sia molto più ampio di quello che conosciamo adesso.
Sono state identificate 109 (un miliardo) particelle virali per ogni grammo di contenuto del nostro intestino, 107 (10 milioni) particelle virali per ogni ml di urina e 105 (centomila) particelle virali per ogni ml del nostro sangue (4). La maggior parte dei virus che si trovano nell’intestino sono batteriofagi. Questi virus sono in grado di modulare le funzioni batteriche, ad esempio alterando la loro capacità di produrre tossine o la loro resistenza agli antibiotici. Se a questo aggiungiamo il fatto che la metà del nostro genoma è formata da elementi genomici mobili (trasposoni; vedi post relativo a questo argomento) che comprendono anche retrovirus endogeni (i.e. virus che hanno infettato i nostri antenati e si sono integrati nel nostro DNA) è più che mai ragionevole considerare un ruolo di primaria importanza del viroma nel processo di invecchiamento.

Cosa sappiamo finora (elenco solo alcuni degli aspetti conosciuti per non dilungare troppo il post):
  • I cambiamenti epigenetici che accompagnano l’invecchiamento determinano un processo di ipermetilazione focale e demetilazione generale. Quest’ultima può essere associata ad un aumento dell’attività dei trasposoni e di retrovirus endogeni (5).
  • L’attivazione di alcuni trasposoni, (in particolare LINE-1) oltre a aumentare il rischio di instabilità genomica determina l’attivazione di alcuni “pathways” (vedi post relativo all’argomento) che comportano un aumento dell’infiammazione cronica che accompagna l’invecchiamento (fenomeno noto come “inflammaging”) (6).
  • Per ciò che riguarda i retrovirus endogeni, sappiamo che, nonostante questi abbiano perso la loro capacità infettiva nel corso dell’evoluzione, possono essere coinvolti nella patogenesi di alcune malattie autoimmunitarie, nell’attivazione di linfociti B e T e nella carcinogenesi (7). Purtroppo i meccanismi non sono ancora chiari e tutto è complicato dal fatto che ci sono migliaia di retrovirus endogeni differenti con differente attività biologica. L’espressione di alcuni di questi aumenta nei campioni biologici prelevati da individui anziani, lasciando aperta la domanda se il declino immunitario o i cambiamenti epigenetici o altri processi sono coinvolti in questo fenomeno (8).
  • Altri virus, quali il citomegalovirus (CMV) possono persistere in forma latente nel nostro organismo e indurre cambiamenti deleteri nel sistema immunitario (9). Lo stesso è stato in parte dimostrato per diversi altri Herpes virus. A questo si aggiunge anche la recente scoperta che il titolo di Torque teno virus (TTV) nel sangue è associato alla mortalità nell’anziano (10).
  • Sappiamo che il viroma batterico oltre a modulare le funzioni del microbiota può anche interagire direttamente col nostro sistema immunitario. Particelle dei batteriofagi possono entrare in contatto con le cellule epiteliali e possono anche attraversare la mucosa intestinale o venire trasportate da cellule dendritiche e avere accesso sistemico (11). Alcune di queste particelle possono anche stimolare la produzione di citochine pro-infiammatorie e interagire a vari livelli col sistema immunitario (12).
  • Il viroma è talmente integrato nel nostro organismo che assolve funzioni importanti per la nostra salute. Il genoma dei batteriofagi può stimolare la produzione di interferone aiutandoci a proteggerci dall’infezione di altri virus (13). Le proteine prodotte dai batteriofagi possono proteggerci da infezioni batteriche di natura esogena (14).
  • Il nostro viroma influenza i geni e le proteine che producono le nostre cellule, incluse le cellule che non sono “infettate”, determinando quello che viene chiamato “imprinting trascrizionale mediato dal viroma” (3).
  • Le funzioni positive e negative che assolve il viroma sono ancora per gran parte inesplorate e probabilmente alcune di queste facciamo fatica ad immaginarle. Basti pensare come esempio (ma ce ne sono molti altri) che una proteina prodotta da batteriofagi che infettano i batteri degli afidi riesce a proteggere questa specie da larve parassite iniettatigli dalle vespe. 

Alla luce di queste evidenze e di quanto ancora non conosciamo mi viene da chiedere quale sia il reale contributo del viroma (e del microbiota) all’invecchiamento. Può essere talmente grande da risultare uno dei fattori primari oppure i cambiamenti del viroma sono per lo più un “riflesso” del decadimento del sistema immunitario? Quanto è rilevante la competizione tra i vari virus e batteri nel preservare la vitalità del nostro organismo? Seguendo il concetto dell’antagonismo pleiotropico non è difficile ipotizzare che si siano selezionate alcune funzioni del viroma che siano benefiche durante la nostra età riproduttiva e deleterie durate l’invecchiamento.
Come è possibile quantificare l’impatto del viroma nell’invecchiamento? È possibile generare un organismo (anche molto semplice) “epurato” da tutto il viroma e studiare il suo processo di invecchiamento?
E infine…..perché questo fenomeno è ancora così scarsamente considerato in biogerontologia?

Referenze
  1. Hurme M. Viruses and immunosenescence – more players in the game. Immunity & Ageing 2019;16:13
  2. Finlay BB, Pettersson S, Melby MK, Bosch TCG. The Microbiome Mediates Environmental Effects on Aging. Bioessays. 2019 Jun 3:e1800257.
  3. Virgin HW. The Virome in Mammalian Physiology and Disease. Cell 2014; 157:142-150.
  4. Zarate S, Taboada B, Yocupicio-Monroe M, Arais CF. Human virome. Arch Med Res. 2017;48:701–16.
  5. Brunet A, Berger SL. Epigenetics of aging and aging-related disease. J Gerontol A Biol Sci Med Sci. 2014 Jun;69 Suppl 1:S17-20
  6. De Cecco M, Ito T, Petrashen AP, Elias AE, Skvir NJ, Criscione SW, Caligiana A, Brocculi G, Adney EM, Boeke JD, Le O, Beauséjour C, Ambati J, Ambati K, Simon M, Seluanov A, Gorbunova V, Slagboom PE, Helfand SL, Neretti N, Sedivy JM. L1 drives IFN in senescent cells and promotes age-associated inflammation. Nature. 2019 Feb;566(7742):73-78
  7. Katoh I, Kurata S. Association of endogenous retroviruses and long terminal repeats with human disorders. Front Oncol. 2013;3:234
  8. Subramanian RP, Wildschutte JH, Russo C, Coffin JM. Identification, characterization, and comparative genomic distribution of the HERV-K (HML-2) group of human endogenous retroviruses. Retrovirology. 2011;8:90
  9. Jackson SE, Redeker A, Arens R, van Baarle D, van den Berg SPH, Benedict CA, Čičin-Šain L, Hill AB, Wills MR. CMV immune evasion and manipulation of the immune system with aging. Geroscience. 2017 Jun;39(3):273-291
  10. Giacconi R, Maggi F, Macera L, Pistello M, Provinciali M, Giannecchini S, Martelli F, Spezia PG, Mariani E, Galeazzi R, Costarelli L, Iovino L, Galimberti S, Nisi L, Piacenza F, Malavolta M. Torquetenovirus (TTV) load is associated with mortality in Italian elderly subjects. Exp Gerontol. 2018 Oct 2;112:103-111
  11. De Vlaminck I, Khush KK, Strehl C, Kohli B, Luikart H, Neff NF, Okamoto J, Snyder TM, Cornfield DN, Nicolls MR, Weill D, Bernstein D, Valantine HA, Quake SR. Temporal response of the human virome to immunosuppression and antiviral therapy. Cell. 2013 Nov 21;155(5):1178-87
  12. Duerkop BA, Hooper LV. Resident viruses and their interactions with the immune system. Nat Immunol. 2013 Jul;14(7):654-9
  13. Mori K, Kubo T, Kibayashi Y, Ohkuma T, Kaji A. Anti-vaccinia virus effect of M13 bacteriophage DNA. Antiviral Res. 1996 Jun; 31(1-2):79-86.
  14. Barr JJ, Auro R, Furlan M, Whiteson KL, Erb ML, Pogliano J, Stotland A, Wolkowicz R, Cutting AS, Doran KS, Salamon P, Youle M, Rohwer F. Bacteriophage adhering to mucus provide a non-host-derived immunity. Proc Natl Acad Sci U S A. 2013 Jun 25; 110(26):10771-6.

giovedì 23 maggio 2019

Le vescicole extracellulari (esosomi) prodotti dalle cellule senescenti inducono senescenza nelle cellule adiacenti




In un post precedente (Effetto “contagio” e ruolo del sistema immunitario nell’accumulo delle cellule senescenti) avevo anticipato che lo studio delle vescicole extracellulari prodotte dalle cellule senescenti avrebbe aiutato a chiarire alcuni aspetti dell’”effetto contagio” (fenomeno attraverso il quale la senescenza cellulare si propaga in cellule circostanti – in inglese “bystander effect”).
Ebbene, non c’è stato molto da attendere. Proprio ad aprile di quest’anno, i ricercatori del Buck Institute of Aging in collaborazione con altri gruppi di ricerca hanno pubblicato un lavoro focalizzato sul ruolo delle vescicole extracellulari prodotte da condrociti senescenti (1). I condrociti sono le cellule che compongono la cartilagine e la loro senescenza ha un ruolo causale in una patologia età associata seriamente invalidante quale l’artrosi (2). Un eccessivo accumulo di condrociti senescenti non è solo un limite alla rigenerazione del tessuto cartilagineo ma è anche la sorgente di una serie di citochine infiammatorie, chemochine e proteasi (secrezione denominata “fenotipo secretorio associato alla senescenza” e abbreviato dall’inglese in SASP) che contribuiscono alla degradazione della cartilagine e al dolore persistente e quindi anche alle limitazioni di mobilità che ne conseguono.
Un aspetto particolarmente importante della senescenza cellulare riguarda la propagazione di questo fenomeno a cellule adiacenti, come se fosse una specie di contagio che contribuisce all’accumularsi delle cellule senescenti nei tessuti. Uno studio effettuato con trapianti di cellule senescenti sottocutanee e intramuscolari nel topo (inclusi modelli immunodeficienti) ha chiaramente dimostrato che l’effetto contagio è consistente e contribuisce in modo significativo all’accumulo di cellule senescenti con l’invecchiamento, in particolare quando l’efficienza del sistema immunitario inizia a diminuire col progredire dell’età. Tuttavia, questo stesso studio non era riuscito a dimostrare che l’effetto contagio fosse mediato da un aumento di fattori solubili originati dal SASP (3). Sebbene tale osservazione potrebbe essere la conseguenza della bassa riproducibilità dei sistemi di misura delle citochine, era ragionevole aspettarsi che qualche altro fattore potesse essere coinvolto nell’effetto contagio. Il lavoro appena pubblicato sulla senescenza dei condrociti (1) dimostra per la prima volta che le vescicole extracellulari (prevalentemente di tipo esosomi), isolate da colture “in vitro” di condrociti senescenti, inducono senescenza nei condrociti non senescenti. Tali vescicole inducono anche le caratteristiche patologiche dell’artrosi quando vengono iniettati nell’articolazione degli animali. Il lavoro ha inoltre identificato alcuni microRNA (quali miR-34a-5p) contenuti in tali vescicole che potrebbero mediare questo effetto e che potrebbero anche essere utilizzati quali marcatori prognostici nella terapia dell’artrosi. Va considerato che parte dei ricercatori coinvolti nel lavoro hanno depositato brevetti e sono coinvolti a vari livelli in una “Company” americana (Unity Biotechnology) dedicata allo sviluppo di senolitici. Infatti, parte del lavoro era intesa a dimostrare come gli effetti deleteri delle vescicole prodotte dalle cellule senescenti venivano soppressi somministrando localmente il composto senolitico UBX0101. Questo composto (che favorisce la morte cellulare selettiva delle cellule senescenti inibendo l’interazione tra p53 e MDM2) è attualmente impiegato nel primo clinical trial sull’uomo e ci si aspetta di avere i primi risultati verso la fine o dopo l’estate. Probabilmente non ci aspettiamo i miracoli annunciati da qualche articolo un po' troppo ottimista, ma è comunque una speranza in più di ritardare la protesi per tutti quelli che (come me) soffrono di artrosi al ginocchio.
Un aspetto interessante del lavoro è quello di avere aperto una nuova strada di ricerca indirizzata allo studio del contenuto e degli effetti indotti dalle microvescicole prodotte dalle cellule senescenti. È probabile che tali vescicole extracellulari possano giocare un ruolo in numerose patologie associate all’invecchiamento. Nuovi studi seguiranno sicuramente questa strada al fine di sviluppare marcatori e target terapeutici.

  1. Jeon OH, Wilson DR, Clement CC, Rathod S, Cherry C, Powell B, Lee Z, Khalil AM, Green JJ, Campisi J, Santambrogio L, Witwer KW, Elisseeff JH. Senescence cell-associated extracellular vesicles serve as osteoarthritis disease and therapeutic markers. JCI Insight. 2019 Apr 4;4(7). pii: 125019. doi: 10.1172/jci.insight.125019.
  2. Jeon OH, Kim C, Laberge RM, Demaria M, Rathod S, Vasserot AP, Chung JW, Kim DH, Poon Y, David N, Baker DJ, van Deursen JM, Campisi J, Elisseeff JH. Local clearance of senescent cells attenuates the development of post-traumatic osteoarthritis and creates a pro-regenerative environment. Nat Med. 2017 Jun;23(6):775-781. doi: 10.1038/nm.4324
  3. da Silva PFL, Ogrodnik M, Kucheryavenko O, Glibert J, Miwa S, Cameron K, Ishaq A, Saretzki G, Nagaraja-Grellscheid S, Nelson G, von Zglinicki T. The bystander effect contributes to the accumulation of senescent cells in vivo. Aging Cell. 2018 Nov 21:e12848. doi: 10.1111/acel.12848.



sabato 30 marzo 2019

News sulle origini dell’infiammazione cronica associata all’invecchiamento e prospettive di trattamento terapeutico




È ormai un dato ben consolidato dalla letteratura che un aumento di infiammazione sub-clinica caratterizza l’invecchiamento e contribuisce a danneggiare i tessuti degli individui più anziani. Questo concetto è stato in origine definito “inflammaging” e, sebbene nel tempo abbia subito varie evoluzioni e raffinazioni, l’idea di base è rimasta immutata. Numerosi studi sono stati effettuati per investigare i motivi dell’incremento di questa infiammazione cronica. Con molta probabilità alcuni dei meccanismi maggiormente coinvolti includono l’accumularsi di patogeni responsabili di infezioni latenti e i cambiamenti nel microbioma che non sono graditi al nostro organismo. In quest’ultimo periodo, tuttavia, sta emergendo il concetto che l’accumularsi di cellule senescenti sia uno dei maggiori fattori che contribuisce all’infiammazione sistemica e tissutale associata all’invecchiamento. Le cellule senescenti possono infatti produrre un secretoma a carattere pro infiammatorio (denominato SASP= “senescence associated secretory phenotype”) che può essere responsabile di disfunzioni tissutali e che può anche contribuire allo sviluppo di diverse patologie età associate.
In questi ultimi mesi sono usciti dei lavori che mettono in evidenza quali meccanismi all’interno delle cellule senescenti o non-senescenti (ma comunque di organismi che invecchiano) possono scatenare l’aumento di infiammazione. 
Sappiamo tutti che il DNA è ben confinato nel nucleo della cellula, ma probabilmente in pochi sanno che in particolari circostanze si può ritrovare del DNA di origine nucleare anche al di fuori del nucleo. Nella maggior parte dei casi, si tratta di DNA che ha subito dei danni e che viene trasportato mediante il meccanismo di autofagia per poi essere degradato dalle nucleasi lisosomiali. Tuttavia, nel caso in cui ci siano difetti nel processo di autofagia o nel caso in cui la presenza di tale DNA aumenta notevolmente questo DNA innesca un pathway denominato STING (stimolatore dei geni dell’interferone) che origina una risposta infiammatoria mediata da interferone di tipo I; la stessa risposta che avverrebbe nel caso in cui la cellula fosse infettata da un virus o altri tipi di patogeni intracellulari. Anche le cellule senescenti subiscono cambiamenti consistenti nella cromatina e sembra che in queste condizioni la presenza di DNA extra-nucleare possa aumentare.  Un recente lavoro (1) dimostra che i fibroblasti umani che si avvicinano allo stadio di senescenza replicativa accumulano questo DNA extra-nucleare con conseguente produzione di citochine pro-infiammatorie mediate dall’attivazione dello STING pathway. Questo fenomeno pro-infiammatorio contribuiva all’accumulo di cellule senescenti nel topo e poteva essere attenuato attraverso un aumento di espressione di DNASE2A (una nucleasi lisosomiale convolta nella degradazione del DNA extra-nucleare).
Parallelamente a questo lavoro, è stato osservato che nelle cellule senescenti, in particolare quelle che si sono formate da più tempo (possiamo chiamarle cellule senescenti “tardive”), sussiste un intensa attività di elementi retrotrasponibili (chiamiamoli trasposoni per semplicità e vi suggerisco di vedere un mio precedente post su questo argomento). I trasposoni di tipo L1 (noti anche come LINE-1) sembrano quelli maggiormente attivati nella senescenza cellulare e, non sembra una semplice coincidenza il fatto che siano in grado di attivare una risposta infiammatoria mediata da interferone di tipo I (2). Questa risposta è mediata proprio dalla presenza di DNA di L1 nel citoplasma e può essere repressa in presenza di inibitori delle trascrittasi inverse, quale la Lamivudina, un farmaco noto per le sue proprietà benefiche nell’infezione sostenuta da virus dell'Immunodeficienza Umana (HIV). L’effetto anti-infiammatorio di tale inibitore è stato osservato anche “in vivo” sul topo con una riduzione significativa dell’infiammazione associata all’invecchiamento. Questi risultati aprono una nuova strada terapeutica nel trattamento delle condizioni associate all’invecchiamento in cui la senescenza cellulare e l’infiammazione cronica sono un fattore comune. Poiché diversi inibitori delle trascrittasi inverse sono già approvati per l’uso nell’uomo (in particolare per il trattamento dell’HIV) non escludo che vedremo a breve dei trial clinici in pazienti con Alzheimer, artrosi o condizione estrema di fragilità.
  1.  Lan YY, Heather JM, Eisenhaure T, Garris CS, Lieb D, Raychowdhury R, Hacohen N. Extranuclear DNA accumulates in aged cells and contributes to senescence and inflammation. Aging Cell. 2019 Apr;18(2):e12901.
  2. De Cecco M, Ito T, Petrashen AP, Elias AE, Skvir NJ, Criscione SW, Caligiana A, Brocculi G, Adney EM, Boeke JD, Le O, Beauséjour C, Ambati J, Ambati K, Simon M, Seluanov A, Gorbunova V, Slagboom PE, Helfand SL, Neretti N, Sedivy JM. L1 drives IFN in senescent cells and promotes age-associated inflammation. Nature. 2019 Feb;566(7742):73-78.